Intervista alla campionessa paralimpica Francesca Porcellato
La Signora italiana delle Paralimpiadi? È lei: Francesca Porcellato. Originaria di Riese Pio X, Francesca ha partecipato a 12 edizioni dei Giochi Paralimpici, di cui 9 estivi e 3 invernali, vincendo ben 14 medaglie nell’atletica leggera, nel paraciclismo e nello sci di fondo. Una bacheca di allori impressionante, splendida risposta alle difficoltà che può riservarti la vita.
La campionessa paralimpica è infatti diventata paraplegica a soli 18 mesi, quando fu investita da un camion nel cortile di casa subendo una lesione midollare. All’inizio della riabilitazione, ancora piccolissima, la facevano camminare con dei tutori e con un carrellino da spingere. Poi, a sei anni di età, la svolta: la sua prima sedia a rotelle. “Quando mia hanno dato la mia prima carrozzina – racconta – mi sono subito sentita una bambina libera.” E con quella carrozzina in lei è scattato subito il desiderio di “farla correre veloce veloce”. Poi, all’età di 16 anni, ha conosciuto una società sportiva per atleti con disabilità e da lì ha iniziato la sua lunga e fantastica avventura agonistica.
L’abbiamo intervistata in occasione della cerimonia di inaugurazione della nuova sede e laboratorio protesico di Lolato Ortopedia Sanitaria a Bassano del Grappa, di cui Francesca Porcellato è stata l’ospite d’onore assieme agli altri due atleti paralimpici Marco Pisani e Mattia Dal Pastro.

Francesca, lei ha una carriera sportiva incredibile. Ma quando l’ha iniziata, pensava di arrivare a risultati del genere?
No, non lo pensavo assolutamente. La mia è stata una carriera lunghissima e un po’ particolare con tre discipline differenti. Quando ho iniziato pensavo solo ad avere il vento tra i capelli e il vento che sbatteva in faccia. Volevo solo questo, non pensavo a medaglie, non pensavo a competizioni di alto livello. Mi bastava correre veloce per provare questa sensazione del vento tra i capelli. Poi l’appetito vien mangiando e quando ho iniziato a gareggiare ho subito iniziato a primeggiare e mi è piaciuto. E poi soprattutto mi è piaciuta l’attività che potevo fare e dunque mi sono impegnata sempre di più. Guardandomi indietro, mi meraviglio anch’io dei numeri che sono riuscita a raccogliere.
Per lei, la carrozzina che cos’è? È un ausilio o è qualcosa di più?
Per me la carrozzina è l’estensione di me stessa. Nel senso che mi dà la libertà, mi permette di fare una vita attiva e permette di realizzare tutte le cose che mi vengono in mente. Dunque la carrozzina fa parte di me, l’ho sempre vista come tale. E anzi, c’è la storia che racconta che il mio sogno di diventare un’atleta è proprio nato la prima volta che mi sono seduta su una carrozzina. Io, avendo avuto un incidente da molto piccola, so cosa vuol dire non potersi muovere e non poter giocare. Invece la carrozzina mi ha dato questa opportunità. Magari per le persone esterne viene visto come un mezzo ortopedico, ma per me che la uso è visto come un’estensione di me, un mezzo di libertà.
Oltre a lei, abbiamo esempi molto importanti di persone che dal proprio problema hanno avuto un motivo di rinascita, primo fra tutti Alex Zanardi. Ma a una persona che oggi ha questo problema e che si interroga su cosa fare, cosa si sente di dire?
Penso che per chi acquisisce una disabilità da adulto è un momento veramente impegnativo, negativo. Però posso dirgli che la vita riserva sempre tante sorprese, che noi nella nostra vita possiamo percorrere delle strade alternative che mai avremmo pensato e che sono altrettanto avvincenti e altrettanto importanti. Magari all’inizio sembra impossibile, troppo duro, troppo doloroso. Però se si cerca di andare oltre si possono aprire dei nuovi scenari molto particolari, differenti e non meno avvincenti e emozionanti.