IPNOSI IN OSPEDALE E NON SOLO…

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Intervista a Enrico Facco Professore di Anestesiologia e Rianimazione, Studioso Senior del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università Padova, Presidente del Comitato Scientifico CIICS - Centro Italiano Ipnosi Clinico Sperimentale.

Intervista al prof. Enrico Facco

Intervista a Enrico Facco Professore di Anestesiologia e Rianimazione, Studioso Senior del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università Padova, Presidente del Comitato Scientifico CIICS – Centro Italiano Ipnosi Clinico Sperimentale.

Parliamo di ipnosi in ospedale: innanzitutto, da quanto tempo esistono queste tecniche?

Le posso rispondere con una affermazione: da sempre! Questo se consideriamo l’incubazione già utilizzata nei
templi di Imhotep nell’Antico Egitto e poi in quelli di Asclepio in Grecia, una tecnica di guarigione che faceva parte della medicina antica. I pazienti venivano portati nell’abaton – la zona segregata del tempio di Asclepio inaccessibile al pubblico – dove veniva indotto una specie di sogno lucido, di lavoro immaginativo, in cui il paziente sognava Asclepio (dio della medicina e della guarigione) che lo curava o anche lo sottoponeva a interventi chirurgici.

Una testimonianza di Artemidoro riferisce appunto di un paziente operato per un ascesso addominale in incubazione. Quindi l’incubazione è una pratica millenaria, che può essere considerata come la prima forma di terapia ipnotica con le stesse indicazioni terapeutiche dell’ipnosi moderna, la cui validità è dimostrata oggi da una notevole mole di studi scientifici.


Quand’è che si smette di utilizzare l’ipnosi nella storia?

C’è un primo stop attorno al 500 d.C., a seguito della propaganda agiografica della Magna Ecclesia
volta a seppellire il paganesimo nell’oblio. Con il paganesimo è morta anche la medicina di Asclepio. Dal 500 d.C. in poi non si sa più cosa voglia dire nemmeno la parola “incubazione”. Tuttavia è stata persa la tecnica ma il bisogno di curarsi e possibilmente guarire mediante una profonda esperienza interiore è un bisogno insopprimibile dell’umanità, come dimostrato da diverse guarigioni “miracolose” riportate intorno al mille d.C. avvenute passando la notte nei Santuari, sulle tombe dei santi.

E questa cosa è continuata fino ad oggi; infatti fino al 1700 a Parigi, c’era l’usanza popolare di chiudersi di notte a Notre Dame sperando di uscire guariti la mattina. È quello cui assistiamo ancora oggi con i diversi pellegrinaggi nei santuari, nella speranza di guarire. È da precisare qui che il concetto di guarigione miracolosa non è in sé contrario alla natura ma solo a quello che della natura si conosce in ogni dato momento storico.


L’intervento più lungo in cui lei ha assistito un paziente con ipnosi in ospedale?


Tranquillamente più di due ore. Possono essere anche tre o quattro, non c’è problema. I pazienti in ipnosi restano immobili in perfetto benessere e rilassamento, non di rado più fermi che non con la sedazione farmacologica.

Quali sono gli effetti collaterali?

Se gestita da mani esperte e nei limiti della propria competenza professionale l’ipnosi non presenta eventi avversi di rilievo ed è quindi una tecnica molto sicura. Può succedere, a volte – più in ambito di psicoterapia che in sala operatoria – che il paziente possa avere qualche reazione spiacevole, ad esempio se emerge qualcosa dal passato, ma questo è comunque utile ai fini terapeutici ed è per questo che l’ipnosi va gestita da professionisti competenti. Lo stesso vale per la meditazione e altre tecniche introspettive non ipnotiche.

Cosa avviene dunque in chirurgia con l’ipnosi? Il paziente si addormenta?

Non c’entra niente il sonno… L’ipnosi è anzi un’attività intenzionale che richiede molta concentrazione nel compito ipnotico. Per quanto riguarda la sedazione per interventi chirurgici e procedure invasive, l’uso dell’ipnosi si estende dalla sedazione per eliminare l’ansia e la paura dell’intervento, fino ad un’analgesia completa, che consente di eseguire l’intervento in perfetto benessere senza alcun bisogno di farmaci sedativi e anestetici (quando non sia necessaria l’anestesia generale per ragioni tecniche). Ovviamente quest’ultima possibilità dipende dall’abilità ipnotica del paziente oltre che dalla professionalità dell’ipnologo clinico ma, se necessario, può essere rapidamente testata prima dell’intervento.

Cosa mi sa dire dell’ipnosi regressiva?

Nel mio lavoro è sostanzialmente inutile. Tuttavia, alcuni psicoterapeuti la utilizzano nell’esplorazione dell’inconscio. In ogni caso, credo che l’ipnosi regressiva a ipotetiche vite precedenti non abbia un grande senso.

Queste sono generalmente rappresentazioni simboliche di aspetti della vita inconscia del paziente ma non indicano alcuna reincarnazione. Se utilizzate come strumento psicoterapeutico possono avere qualche utilità (analogamente all’interpretazione dei sogni). Deve comunque essere chiaro al paziente che la reincarnazione non c’entra nulla, altrimenti si creano false credenze, inaccettabili dal punto di vista sia etico, sia cognitivo. In tutta la letteratura scientifica internazionale c’è un solo caso descritto negli anni ’70 del secolo scorso, che ha riportato una testimonianza veridica di fatti relativi a una precedente vita.
In molti casi le reminiscenze contengono invece errori grossolani che smentiscono chiaramente l’ipotesi che si tratti una vita precedente. La cosa è da prendere con rigore scientifico e con estrema prudenza.


Torniamo in sala operatoria, come avviene l’ipnosi?

Nell’ipnosi ha un ruolo importante il rapporto, l’alleanza terapeutica, la reciproca comprensione e la fiducia.
Senza di quelli non si va da nessuna parte. È un atto volontario, intenzionale, che richiede quindi la motivazione del paziente, in cui l’ipnologo lo guida in un lavoro introspettivo profondo per raggiunge un controllo della sua mente e del suo corpo molto superiore a quello della coscienza ordinaria.

Quindi il paziente è cosciente o incomincia a non esserlo più?

No, è cosciente sempre, è anche molto concentrato, ma alcuni soggetti possono avere una parziale amnesia dell’intervento. Mettiamo che la paziente sia lei… Se lei possiede una buona capacità ipnotica e dobbiamo fare un intervento, io posso aiutarla a controllare perfettamente il dolore in meno di 10 minuti, non sentire l’intervento pur essendo in grado di aprire gli occhi, di comunicare liberamente con gli operatori e contemporaneamente di mantenere il controllo del dolore. È disponibile una crescente mole di studi scientifici rigorosi con la risonanza magnetica funzionale, sulla capacità dell’ipnosi di modulare le aree cerebrali della neuromatrice del dolore.

Se io da paziente non fossi ben concentrata a fare il lavoro, cosa succede?

Se si addormenta, semplicemente non fa più l’ipnosi. Ribadisco che l’ipnosi implica una profonda concentrazione nel proprio mondo interno, per arrivare a controllare quello che non controlliamo con la coscienza ordinaria, molto più presa dal mondo esterno.


In quali casi si ricorre all’ipnosi?

L’ipnosi ha una vasta gamma di applicazioni, dalla sedazione per interventi, alla terapia per disturbi d’ansia, fobie e altri disturbi della sfera psicologica fino alla terapia di diversi disturbi medici (come ad esempio il colon irritabile) e del dolore cronico.

Mi viene in mente la donna che deve partorire: il dolore da doglia è veramente molto forte, mi creda…

Certo, l’ipnosi ha una chiara indicazione in ostetricia e ci sono ostetriche competenti che fanno ipnosi nella preparazione per il parto e insegnano alla gravida anche l’autoipnosi da utilizzare durante il travaglio.


Mi viene spontaneo chiederle: ma perché non viene insegnata a tutti questa tecnica?

Ci arriveremo, sono il primo ad auspicarlo!
Non viene insegnata per ragioni storiche come altre tecniche non convenzionali, come ad esempio l’agopuntura tradizionale cinese.
L’ipnosi ha una storia sfortunatissima fatta di effetti a volte strabilianti associata a un rifiuto pregiudiziale perché apparentemente non comprensibile con la visione positivista dominante. Dopotutto è l’ipnosi che ha aiutato l’Occidente a scoprire l’inconscio.

Soltanto a partire dalla seconda metà del XX secolo l’ipnosi ha cominciato ad essere meglio compresa ed è stata quindi riconosciuta sia dalla British Medical Association, sia dalla American Psychological Association come tecnica terapeutica efficace. Oggi esistono numerose società scientifiche di ipnosi nazionali ed internazionali e una tale mole di studi scientifici da non consentire dubbi sulla sua validità; il resto è pregiudizio.

Ma lei opera con l’ipnosi…

Certo siamo in tanti a farlo ma non è ancora parte della medicina mainstream, quindi non ancora ampiamente condivisa. Esistono corsi di formazione in ipnosi clinica e in psicoterapia ipnotica gestiti dalle società scientifiche di ipnosi, quali ad esempio il CIICS e la Società Italiana di Ipnosi. Il CIIS, dove anch’io insegno, da oltre 50 anni tiene un corso annuale di ipnosi clinica aperto a medici, odontoiatri, psicoterapeuti e professioni sanitarie; l’ipnosi ha cominciato così a essere utilizzata anche in alcuni ospedali. Lentamente ma si procede…

In conclusione Professore, ci dica ancora una volta cos’è l’ipnosi…

L’ipnosi può essere considerata come una specie d laboratorio mentale in cui si utilizzano metafore e l’immaginazione- facoltà mentale tradizionalmente sottostimata dal razionalismo occidentale- ma dotata di un grande valore cognitivo e metacognitivo, indispensabile nell’arte ma anche nelle invenzioni e nella scienza. Il paziente si immerge nello scenario immaginato vivendolo quasi come fosse reale e facendone così esperienza diretta, raggiungendo lo scopo terapeutico, sia esso la sedazione per un intervento chirurgico o la ristrutturazione di un problema psicologico. È una condizione analoga a quella dei simulatori che vengono utilizzati nell’addestramento dei piloti e di diverse professioni mediche, dove facendo l’esperienza simulata è più facile farla propria, acquisendo nuove abilità e prospettive.

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