LA GRANDE SFIDA DELL’INVECCHIAMENTO ATTIVO

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La non autosufficienza è un cruciale nodo di assistenza per il sistema sanitario e le strutture per anziani. Ma si può prevenirla con l’attività fisica, gli interessi culturali e il coinvolgimento sociale. Perché una delle prime condizioni che portano alla non autosufficienza è la solitudine.

Intervista all’ing. Roberto Volpe, presidente di URIPA Veneto, Unione Regionale Istituzioni e Iniziative Pubbliche e Private di Assistenza.

Può splendere un raggio di sole nell’inverno demografico italiano? Siamo già uno dei Paesi più vecchi del mondo e nei prossimi anni l’invecchiamento della popolazione raggiungerà livelli di emergenza, in primo luogo per il sistema sanitario nazionale e per la rete di assistenza delle case di riposo.

La grande sfida per combattere in prospettiva le condizioni fisiche e sociali che portano alla non autosufficienza è una sola: si chiama invecchiamento attivo. Ne parliamo con l’ing. Roberto Volpe, presidente di URIPA Veneto (Unione Regionale Istituzioni e Iniziative Pubbliche e Private di Assistenza), componente del tavolo tecnico del CIPA (Comitato Interministeriale per le Politiche a favore delle Persone Anziane) e grande esperto in materia.

Roberto Volpe, quali sono proiezioni dell’età avanzata da qui ai prossimi anni?

Il mio sguardo è rivolto alla parte più preoccupante per il sistema che è la popolazione degli ultraottantenni. Perché è la popolazione all’interno della quale si annida in modo significativo la condizione di non autosufficienza. Non a caso, sulle 351 strutture per anziani del Veneto con 32.500 posti letto complessivi la media di età è sopra gli 80 anni, 83 per gli uomini e 84 per le donne. Oggi in Italia ci sono 4 milioni e 800 mila ultraottantenni che saranno 8 milioni nel 2050. 376 mila in Veneto, 680 mila nel 2050. Immaginiamo che nel 2050 le città di Vicenza, Verona, Padova, Rovigo e Bassano del Grappa saranno tutte abitate da ultraottantenni. Se noi prendiamo questa immagine, la dimensione dei numeri ha un altro effetto. L’aggravante di questa situazione deriva dal fatto che questa è una popolazione che al 65% circa è composta da persone sole. Quindi non avranno figli, mogli e caregiver. Già oggi, con 11 mila anziani in lista d’attesa per le strutture per anziani in Veneto, l’impatto è importante. Però oggi abbiamo una popolazione anziana che ha ancora un sostegno famigliare, grande o piccolo che sia. Immaginiamoci quella grande onda che arriverà, e che è sola.

Da 4 a 8 milioni di ultraottantenni: questo cosa implica riguardo al “consumo” di sanità ovvero al ricorso alle strutture sanitarie?

Al di là del fatto che da qui ai prossimi vent’anni sicuramente gli aspetti tecnologici verranno in aiuto – quindi telemedicina, teleassistenza –, è chiaro che questo tipo di popolazione, per sua natura, assorbe prestazioni sanitarie. Basta entrare nell’androne di un ospedale ogni mattina: l’età media non è certamente di 50 anni. Quindi sicuramente è un grande consumo e un aumento della spesa sanitaria in modo importante. Perché comunque hai una popolazione che ha bisogno di prestazioni sanitarie e di farmaci. Cosa che poche volte si prende in considerazione: ci sarà un aumento della spesa farmaceutica, che è una delle spese che oggi incide di più nel servizio sanitario, in modo significativo.

Prima o poi, quando raggiungi una certa età, l’“acciacco importante” arriva. È fisiologico. Cosa fare, anche da un punto di vista di politiche sociali e non solo sanitarie, per fare in modo che questo acciacco arrivi il più tardi possibile?

Innanzitutto bisogna fare una considerazione. Noi oggi stiamo pagando il prezzo di una cattiva programmazione, di una disattenzione a questo tema, che sapevamo. Perché che saremmo arrivati a questo punto dell’invecchiamento della popolazione lo sappiamo da oltre trent’anni. Noi oggi non dobbiamo commettere l’errore di aspettare che il problema venga risolto da chi verrà. Noi oggi abbiamo un obbligo che è quello di mettere in campo comunque qualche azione che mitighi questo grande impatto che ci sarà. E io credo che una delle azioni principali da parte delle nostre comunità, delle amministrazioni comunali, della politica, ma anche della società civile, dell’associazionismo, quindi da parte di tutti, sia quella di promuovere grandi e importanti iniziative sul tema dell’invecchiamento attivo. Ma dobbiamo vederlo non come un “passatempo”. Oggi l’invecchiamento attivo deve essere visto come uno strumento di prevenzione alla non autosufficienza.

Cosa si intende per invecchiamento attivo? Io non mi immagino l’anziano ultraottantenne che va a fare ginnastica al parco…

Ed è sbagliato non immaginarci questo. Perché noi siamo già proiettati all’ottantenne mentre dobbiamo andare a coprire tutta la fetta di popolazione che sarà quella post età lavorativa, 65-70 anni. Perché l’appuntamento con gli 80 anni in buona salute è una cosa diversa. Io ritengo che prima di tutto in questo Paese noi stiamo commettendo un grande errore che è quello di non censire la popolazione ultra settantenne che vive a casa. Per il semplice motivo che, ad esempio, un 75enne che vive al piano terra di un edificio è un uomo libero. Lo stesso anziano, al quarto piano senza ascensore, è un prigioniero. Ma anche questo è un appello che io lancio da anni. Tornando all’invecchiamento attivo, noi partiamo dal presupposto che abbiamo queste persone che diventeranno anziane da sole. La solitudine è una delle prime condizioni che portano alla non autosufficienza. Quindi cosa vuol dire invecchiamento attivo? Faccio l’esempio dell’università della terza età di Vicenza e provincia, che è forse la più attiva d’Italia, con oltre 6000, chiamiamoli pure, studenti. È un luogo d’incontro e di cultura, per tre giorni alla settimana queste persone comunque escono e si ritrovano. Poi c’è tutto il tema della ginnastica dolce, delle passeggiate… Tu non devi portare l’anziano in palestra. Devi far coniugare quello che è l’aspetto di socializzazione con altri aspetti che sono l’attività culturale, la visita museale, incontri, cineforum e tantissime altre iniziative. Una delle quali, importantissima, è l’educazione alimentare, perché a quell’età per stare bene devi imparare di nuovo a mangiare. 

E quindi?

E quindi l’invecchiamento attivo è tutto ciò che non è invecchiamento passivo. È tutto quello che non ci rende passivi dal rimanere a casa seduti in poltrona in attesa che arrivi un qualcosa con cui tutti noi abbiamo appuntamento e cioè la morte. Questo sarebbe l’errore più grave. E noi oggi dobbiamo fare una forte azione di stimolo della popolazione. Deve diventare proprio una “forma mentis”. Dobbiamo educare la popolazione e noi per primi auto-educarci, perché tra quegli ultraottantenni ci saremo anche noi. In linea di massima io credo che il grande cambio deve essere un cambio culturale.

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