SCIENZA E SAPIENZA: MEDICINA OCCIDENTALE E MEDICINA AYURVEDICA A CONFRONTO

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Medicina occidentale e medicina ayurvedica a confronto: il dott. Matteo Alinghieri racconta un approccio alla cura che guarda alla persona nella sua interezza. Prevenzione, stile di vita, alimentazione e consapevolezza diventano strumenti centrali per ritrovare equilibrio e benessere.

Intervista al dottor Matteo Alinghieri medico chirurgo, Ayurveda Therapist e Counselor Relazionale

Lui è un giovane medico, laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Pisa, formato in Medicina generale. Medico ayurvedico e counselor relazionale, presta il proprio servizio nella Casa Circondariale di Livorno e nella Casa di Reclusione di Gorgona. Collabora da diversi anni con il Centro Studi Bhaktivedanta di Ponsacco, diretto dal Maestro Marco Ferrini.

I suoi studi sulla Medicina Ayurvedica li ha portati avanti grazie alla collaborazione con diversi Vaidya in Italia e in India.

Medicina occidentale e medicina ayurvedica a confronto, quali sono le differenze dottore?

La differenza sostanziale è che al centro della ayurveda non c’è soltanto la patologia ma come noto, si tratta di una medicina che si occupa principalmente di prevenzione. Al centro, rimane sempre la persona intesa non come persona ammalata di quella singola patologia ma che per guarire deve tener conto della sfera del pensiero, dell’emotività e anche di quella spirituale. Nella medicina occidentale, in questi ultimi anni, si sta sempre più osservando un approccio incentrato sull’intera persona.

In sostanza si è capito che la salute non è semplicemente prendersi cura di un organo, di un sintomo ma quella di “andare oltre”.


Qual è dunque l’approccio alla cura?

Quando ci si approccia a una visita ayurvedica, la prima cosa che fa lo specialista è porre molte domande che non sono semplicemente centralizzate su quella che è la problematica attuale, non una raccolta di anamnesi come avviene nella medicina occidentale. Si va ad indagare tutti quegli aspetti che possono aver determinato uno stato di squilibrio, ovvero dei “dosha”, principalmente tre che ci caratterizzano: “Vata-energia del movimento, Pitta-energia della trasformazione e del metabolismo e kapha-energia della coesione e della stabilità”. Individuarle, ne stabilisce il trattamento.


Quali sono gli strumenti terapeutici?

Si lavora molto sull’alimentazione, sullo stile di vita, si lavora anche andando a mettere a posto alcune relazioni che possono essere interne: consapevolezza, conoscenza di sé sulle proprie caratteristiche fisiche, mentali ed emotive, al fine di riequilibrarle. Vi sono pratiche molto buone legate allo yoga tradizionale. L’Ayurveda stessa si fonda sullo yoga: altre tecniche sono i massaggi terapeutici, i soggiorni terapeutici e  l’utilizzo di prodotti che derivano dalle erbe,  prodotti naturali che ad oggi in Italia sono riconosciuti come integratori alimentari ma che nella tradizione ayurvedica sono veri e propri prodotti con formule che vengono tramandate da millenni e che hanno lo scopo di far interagire non soltanto a livello chimico ma rimandando a quello che è il principio dei dosha menzionati in precedenza.


Mi può fare un esempio pratico?

Da millenni la medicina ayurvedica ci dice e descrive che ognuno di noi è caratterizzato da un “Agni” il principio del “fuoco” e rappresenta la forza vitale responsabile del metabolismo, della digestione e della trasformazione. Ognuno di noi ha questa energia interna che serve proprio a trasformare quello che mangiamo in quello che sono poi le sostanze nutritive. Nella medicina che tutti noi conosciamo, ad esempio, ci si sofferma su una problematica che è “la pirosi gastrica”, ovvero il bruciore di stomaco.

Il termine pirosi è un termine proprio associato al fuoco, quindi anche a livello occidentale utilizziamo un termine che in realtà rimanda proprio a quell’elemento che la Ayurveda da millenni aveva già descritto. Un’energia associata a quell’elemento: per questo ci sono tutta una serie di attività come le pratiche di respirazione, i giusti alimenti, le giuste spezie che troviamo in natura e che possono andare a condizionare questo fuoco.

Teniamo presente che spesso si usano termini come “quella persona si è infiammata, ha un carattere di fuoco”. Questo ci suggerisce che scaviamo in profondità, andando a lavorare anche a livello emotivo, a livello del pensiero. La medicina occidentale c’è arrivata molto dopo, a seguito di tutti gli studi della psicologia, di Freud, di Jung, visione della medicina ippocratica, galenica, la medicina salernitana, la medicina delle origini, dove era ben presente. (Bile nera, bile gialla… etc. etc.)


Com’è il suo rapporto con i colleghi della Medicina Occidentale?

C’è un grande interesse, una curiosità quasi nuova. In Italia siamo ancora un po’ indietro: in Germania e in Svizzera i trattamenti ayurvedici sono addirittura riconosciuti dal sistema sanitario nazionale. Nei colleghi ho trovato molta apertura, la Toscana dove io vivo e opero, è anche avanti da questo punto di vista perché è stata una delle prime regioni ad aprire le porte anche alla medicina tradizionale cinese.

Negli ospedali già da anni viene utilizzata la medicina non convenzionale e questa anche nell’ottica del fatto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sviluppato una strategia di documenti volta proprio a far conoscere queste medicine ritenute non convenzionali ma che sono state definite, appunto, tradizionali e complementari. Per tornare ai giusti termini, non si parla dunque di “medicina alternativa”: l’ayurvedica così come altre medicine, appunto tradizionali, sono medicine che possono essere utilizzate proprio a complemento di quella che è la medicina che invece noi tutti conosciamo.

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