
Intervista alla dottoressa Michela Beggio
Quando si parla di Medicina del Lavoro si pensa sempre e soltanto alla visita medica annuale che viene fatta nel luogo di lavoro. In realtà, dietro alle quinte c’è molto di più. Ne parliamo con chi, da anni, si occupa proprio di questo.

Dottoressa, innanzitutto, cos’è la Medicina del Lavoro?
La medicina del lavoro è una disciplina viva, fatta di persone.
È l’unica branca della medicina che non interviene quando la malattia è già insorta.
Il nostro obiettivo non è la cura delle patologie con la terapia, ma anticipare i problemi di salute: fare in modo che non ci siano o che ci sia poco da curare.
Noi possiamo aiutare a migliorare l’ambiente di lavoro e a ridurre i rischi presenti. Il medico competente è, a tutti gli effetti, il consulente medico specialistico dell’azienda ed il custode della salute dei lavoratori. Il focus è prima di tutto analizzare i rischi: chimici, fisici, biologici o organizzativi, valutarli, e valutare di ridurre il loro impatto a livello della salute. In questo modo si possono prevenire gli infortuni e le malattie professionali.
La medicina del lavoro è l’unica branca medica che non interviene quando la malattia è già insorta ma
“agisce prima”, modificando l’ambiente circostante e prevenendo i rischi presenti sul luogo di lavoro.
Parliamo adesso di prevenzione…
La prevenzione si divide in due macroaree d’azione: la prevenzione generale e quella specifica. Prima di tutto consideriamo l’importanza della prevenzione generale (basata sui principi di igiene industriale del lavoro e della gestione dell’organizzazione).
Per quanto riguarda la parte ergonomica (dell’ergonomia): è necessaria l’ottimizzazione delle postazioni video, delle postazioni di lavoro (es. le altezze dei banchi di lavoro), valutando anche i cicli di lavoro e le pause. E’ necessario promuovere la formazione: con l’addestramento sull’utilizzo corretto dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI).
Si devono promuovere gli stili di vita sani: promozione della salute, controllo della pressione arteriosa, promozione di campagne vaccinali specifiche, screening cardiologici e lotta al fumo in azienda. Oltre alla prevenzione generale è importante anche la prevenzione specifica (mirata al rischio). Ad esempio per il rischio chimico: è necessario eseguire il monitoraggio biologico (esami del sangue/urine) per rilevare sostanze chimiche nei liquidi biologici o gli indicatori biologici di esposizione.
Per il rischio rumore: vengono eseguiti esami audiometrici mirati per prevenire l’ipoacusia da rumore (rumore continuativo) o da trauma acustico (rumore impulsivo).
Per il rischio biologico: viene eseguita la specifica valutazione del rischio e vengono proposti eventuali protocolli di vaccinazione mirati (es. epatite B per il personale sanitario o vaccinazioni mirate per i trasfertisti internazionali).
Quali sono dunque i livelli di azione?
Sono essenzialmente tre.
Il primo è quello della prevenzione generale, che riguarda la qualità dell’ambiente di lavoro.
Il secondo livello è quello della prevenzione specifica, che cuciamo addosso al lavoratore in base ai rischi della sua mansione e i rischi sopra elencati.
Vi è poi un terzo livello d’azione: la prevenzione personalizzata, perché la medicina moderna deve essere personalizzata.
Uomini e donne, giovani e anziani, hanno fragilità diverse di cui il medico deve tenere conto. Parliamo di prevenzione di genere. Per le donne in gravidanza in alcuni casi di mansioni a rischio (es. turni notturni, movimentazione manuale dei carichi, radiazioni o sostanze tossiche per il feto) è previsto l’immediato allontanamento dal lavoro a rischio.
In caso di particolari mansioni: vengono valutati secondo dei limiti di carico differenziati per il sollevamento pesi tra uomini e donne. È fondamentale anche la prevenzione generazionale (legata all’ètà).
Per i lavoratori giovani: è necessario un focus sulla formazione comportamentale, poiché i dati dimostrano una maggiore frequenza di infortuni per eccesso di sicurezza o inesperienza.
Per i lavoratori senior (con rischio di invecchiamento) è fondamentale la riduzione del carico biomeccanico per proteggere la colonna vertebrale e le articolazioni, l’adattamento dell’illuminazione per il calo fisiologico della vista, il monitoraggio cardiometabolico chi lavora su turni o di notte.
Cosa può fare ancora il medico del lavoro per la prevenzione?
Il medico del lavoro deve aiutare perché l’azienda diventi un “luogo di salute”.
La sorveglianza sanitaria non deve essere considerata un obbligo burocratico od un mero costo per l’impresa, ma un investimento strategico. Quando un lavoratore è protetto e sta bene, l’azienda è più produttiva, si riducono le assenze e si crea valore per tutta la società. Oggi, però, la vera sfida della medicina del lavoro è come detto, la personalizzazione. Le aziende cambiano e la forza lavoro cambia. Non possiamo applicare le stesse regole a tutti: va tutto calato nel particolare.
Domanda “scomoda” sul possibile conflitto d’interesse: lei parla di tutela del lavoratore ma sappiamo tutti che il medico competente viene pagato direttamente dal datore di lavoro. Come si fa a essere davvero terzi e obiettivi quando chi ti firma lo stipendio è lo stesso che dovresti controllare?
È una domanda legittima. La risposta sta nel codice deontologico e nella convenienza stessa dell’azienda. Il medico non è un controllore esterno, bensì deve essere considerato un consulente strategico. Un medico del lavoro che nasconde un rischio o che omette di valutarlo non fa un favore al datore di lavoro, che potrebbe anche rischiare un risarcimento per malattia professionale o una causa penale. Oggi gli imprenditori più illuminati hanno già compreso che la salute del lavoratore è un asset fondamentale, produttivo ed economico: meno assenze, più produttività. Il mio compenso, peraltro in linea con i costi della medicina del lavoro, paga la mia competenza scientifica per proteggere l’azienda dai rischi. Il rischio più grande per un’azienda è che un lavoratore si ammali.
Nonostante la presenza dei medici competenti e dei protocolli di prevenzione di cui parla, vi sono ancora dati drammatici sulle morti sul lavoro in Italia. Cos’è che non sta funzionando?
Ogni singola morte sul lavoro è purtroppo una sconfitta gravosa per tutti noi ed è inaccettabile. Bisogna però fare una distinzione. Il medico del lavoro tutela la salute e la prevenzione essenzialmente, prevenendo il rischio di malattie professionali. L’infortunio grave e traumatico dipende spesso da carenze strutturali della sicurezza, dal mancato uso dei DPI o da scarsi controlli nei cantieri.
Il sistema funziona se tutta la catena della sicurezza collabora: il datore di lavoro che investe, i tecnici della sicurezza (RSPP) che vigilano, i preposti che collaborano, i lavoratori che rispettano le procedure e lo Stato che controlla. Il medico è un tassello fondamentale…ma non può agire da solo.
In conclusione, ci racconta qualche aneddoto che le è rimasto nel cuore?
Sì, c’è un fatto realmente accaduto che porto nel cuore.
Qualche tempo fa ho visitato una giovane lavoratrice, impiegata in un’azienda, per una visita periodica di routine. Non aveva sintomi, diceva di sentirsi bene. Durante l’esame obiettivo, mentre le visitavo il collo, sotto le mie dita ho avvertito una piccola anomalia: una tumefazione alla ghiandola tiroide. Quella palpazione ha fatto scattare in me un campanello d’allarme. Le ho consigliato subito degli accertamenti urgenti e, purtroppo, gli esami hanno confermato il sospetto: si trattava di un tumore maligno.
La signora è stata operata tempestivamente. Qualche mese dopo, è tornata nel mio studio. Non era lì per una visita: è venuta solamente per stringermi la mano e per ringraziarmi, perché quella visita accurata, eseguita durante un controllo aziendale le aveva salvato la vita! Per me è stato il più grande riconoscimento!

